Ultima modifica: 29 Settembre 2018

Ferdinando Petruccelli della Gattina

Cenni Storici (tratto da Liber Liber)

Ferdinando Petruccelli della GattinaFerdinando Petruccelli della Gattina, scrittore e uomo politico, nacque a Moliterno, Potenza, nel 1815, morì a Parigi nel 1890.

Studiò medicina, seguendo la lunga tradizione familiare, all’università di Napoli, ottenendo il diploma dottorale nel 1836, ma ben presto abbandonò la pratica medica per dedicarsi alla politica nelle file delle cospirazioni liberali, e alla letteratura nell’ambito del romanzo storico, dove, però, più dell’esempio manzoniano o scottiano parve accogliere le suggestioni del «romanzo nero» inglese (Malina di Taranto, 1843; Ildebrando, 1847).

Nel 1840 compì il primo viaggio all’estero, in Francia e in Germania e negli altri stati italiani, inviando pittoresche e interessanti corrispondenze al giornale napoletano «Salvator Rosa» e al «Raccoglitore fiorentino». Proclamata la costituzione a Napoli nel 1848, fu eletto deputato al parlamento, e, al tempo stesso, diresse il giornale «Mondo vecchio e mondo nuovo», dove diede le prime prove del suo temperamento polemico e del suo gusto dell’effetto giornalistico, anche a prezzo di scandali e battaglie.

Dopo il colpo di stato borbonico del 15 maggio che abolì la costituzione, combatté dapprima contro le truppe regie in Calabria, poi uscì alla macchia, prendendo parte alle lotte contadine con B. Musolino e D. Mauro; rieletto deputato nel 1849, non ritornò alla camera, stimando non sufficienti le garanzie di immunità parlamentare date dal re (che nel frattempo aveva posto sulla sua testa una taglia di 6.000 ducati), e nel settembre dello stesso anno riuscì, travestito, a fuggire a Parigi, iniziando una vita da profugo, costretto a lunghe permanenze all’estero. Intanto aveva fatto stampare la cronaca vivace e brillante La rivoluzione di Napoli del 1848 (1850).

Nel 1851 dovette abbandonare Parigi per Londra per essersi battuto per la repubblica durante il colpo di stato di Luigi Bonaparte. A Londra entrò in contatto con il Mazzini e con altri emigrati europei e intellettuali di prestigio come J. Simon, Proudhon, L. Blanc, accentuando le sue posizioni radicalmente democratiche, affiancando in questo l’amico Giuseppe Ferrari, e nel solco della lezione di Edgar Quinet. Nel 1860 Garibaldi lo chiamò a Napoli, e gli elettori di Brienza lo elessero deputato.

Fu uno dei più eloquenti e brillanti oratori dell’estrema sinistra e, al tempo stesso, un osservatore acuto, ironico, a tratti feroce del costume politico italiano, come dimostrò nelle corrispondenze per il giornale parigino «La Presse», raccolte poi con il titolo I moribondi di Palazzo Carignano (1862), classica radiografia del primo parlamento nazionale, che è, in più, una stupenda galleria di tipi, disegnati con un tratto caustico e caricaturale. Nella guerra del 1866 fu corrispondente dal fronte del «Journal des Débats».

Fu rieletto per le tre successive legislature dal collegio di Teano, ma visse per lo più a Parigi (tranne il periodo 1872-75, quando fu espulso per aver difeso i comunardi), pubblicando vari volumi di memorie, impressioni, ritratti, nei quali manifestò sempre la straordinaria capacità di cogliere con forza e con mordente evidenza le situazioni e i fatti di cui era stato testimone, e i personaggi conosciuti: Storie arcane del pontificato di Leone XII, Gregorio XVI e Pio IX, con documenti diplomatici (1861); Histoire diplomatique des conclaves (veemente requisitoria antipapale in 4 voll., 1864-66); Pie IX, sa vie, son règne, l’homme, le prince, le pape (1866); Il concilio (1869); Le notti degli emigrati a Londra (1872); Gli incendiari della Comune (1872); Il conte di Saint-Christ (1880); Memorie del colpo di stato del 1851 a Parigi (1880); I fattori e i malfattori della politica europea contemporanea (2 voll., 1881-84); Storia d’Italia dal 1866 al 1880 (1881); Storia dell’idea italiana (1882); Memorie di un ex deputato (1884).

Se Petruccelli fu uno dei maggiori giornalisti dell’Ottocento, senza dubbio il più vivace, pronto e brillante nel cogliere i tratti e gli eventi significativi del suo tempo, e uno dei più felici nel segno aspro e feroce, non molto inferiore è il narratore, sia pure discontinuo e combattuto fra le diverse ambizioni del pensatore e del teorico religioso e politico, e dell’inventore di intrighi pieno di fervida inventività, felice nello schizzo rapido del personaggio, nello scorcio fulmineo delle scene: Il Re dei Re, rifacimento dell’Ildebrando (4 voll., 1864); Memorie di Giuda (1870); Il sorbetto della regina (1875); Il re prega (1876); Le larve di Parigi (1877); I suicidi di Parigi (1878); Giorgione (1879), che, con il successivo Imperia (1880), segna il ritorno al romanzo storico della giovinezza; I pinzoccheri (2 voll., 1892). Folco Portinari inquadra gran parte di queste opere nel filone del romanzo gotico, superando le vecchie censure crociane, e riconosce a Petruccelli il giusto rilievo tra i bizzarri del secondo Ottocento.

La sua critica politica risulta oggi un po’ datata, se pur impregnata da forti idealità, e svincolata dal socialismo allora incipiente. In un discorso in parlamento agli inizi del 1864, ribadendo il suo credo politico, ebbe a dichiarare: “Vi sono rivoluzionari dal basso in alto, quelli che scendono a sommuovere le passioni luride delle piazze: io non sono di coloro. Vi sono poi i rivoluzionari dall’alto in basso, quelli che vogliono far servire l’autorità alla creazione della nazione per imporre la libertà, e di questo tipo io sono rivoluzionario. Io non sono con Mazzini, ma con Saint-Just”.

 




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